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Sclerosi multipla: nuove conferme sul ruolo della terapia con interferone

La prestigiosa rivista americana “The Annals of Neurology”, ha pubblicato lo studio italiano dal titolo “New natural history of interferon?-treated relapsing multiple sclerosis”, che ha fatto il punto sull’impatto a lungo termine, del trattamento con Interferone beta (IFN beta) sulla progressione della disabilità in pazienti affetti da Sclerosi Multipla recidivante-remittente. Fra gli studi recentemente pubblicati sull’argomento, questo risulta essere il più convincente sia per la numerosità della popolazione di pazienti affetti da Sclerosi Multipla coinvolta, sia per il rigore della metodologia utilizzata per il rilevamento e l’analisi delle informazioni cliniche. Lo studio è stato coordinato dalla Prof.ssa Maria Trojano, Professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Bari, diretto dal Prof Paolo Livrea. Allo studio hanno collaborato la Prof.ssa Maria Pia Amato del Dipartimento di Scienze Neurologiche dell’Università di Firenze ed esperti d’analisi statistica del Dipartimento di Farmacoepidemiologia del Consorzio Mario Negri-Sud di Chieti. In una patologia cronico-invalidante come la Sclerosi Multipla, il fattore più importante per determinare l’impatto a lungo termine delle terapie è rappresentato dalla loro capacità di rallentare e/o bloccare la progressione della disabilità clinica. La ricerca appena pubblicata ha dimostrato che il trattamento con IFN beta è in grado di ridurre significativamente la velocità di progressione della malattia in tali pazienti. In questo studio prospettico, durato oltre sette anni, sono stati coinvolti più di 1500 pazienti affetti da Sclerosi Multipla recidivante-remittente, seguiti a partire dalla visita d’ammissione ai Centri. Oltre i due terzi di essi sono stati trattati cronicamente con i diversi tipi d’IFN beta attualmente disponibili in commercio per il trattamento della SM ed hanno iniziato la terapia proprio in corrispondenza della prima visita. Invece, i restanti pazienti, inclusi nello studio, corrispondenti quindi ad un terzo del gruppo, non sono stati trattati e ciò per propria scelta o per eventi concomitanti (gravidanza o altre patologie) che impedivano l’uso del farmaco. Per definire le differenze fra i due gruppi, e valutare quindi l’impatto del trattamento, sono stati presi in considerazione tre differenti parametri clinici: il tempo intercorso dalla prima visita al raggiungimento di un livello di disabilità chiamato EDSS 4 (Expanded Disability Status Scale di punteggio 4), in base al quale il paziente, pur autonomo nella deambulazione, è in grado di percorrere non più di 500 metri; il tempo intercorso dalla prima visita per raggiungere un livello di disabilità EDSS 6, in base al quale il paziente ha necessità d’assistenza per deambulare e non percorre più di 100 metri e, come terzo parametro, il tempo intercorso dalla prima visita al momento di transizione da una forma recidivante di malattia ad un forma secondariamente progressiva. I risultati di questo studio dimostrano che i pazienti in terapia con IFN beta presentano un decorso di malattia decisamente più favorevole rispetto ai non trattati; la somministrazione del farmaco è associata ad una riduzione significativa dell’incidenza di tutti i tre parametri clinici considerati (SMSP, EDSS 4 e EDSS 6) ed al rallentamento dei tempi di raggiungimento degli stessi. “Per i malati di Sclerosi Multipla, la prevenzione di una disabilità a lungo termine è senza dubbio l’obiettivo più importante del trattamento - spiega la Prof.ssa Maria Trojano - ed è proprio in quest’ottica che abbiamo portato avanti il nostro studio. Nonostante alla prima visita effettuata i pazienti che si decideva di trattare avessero una durata di malattia maggiore, un numero di ricadute più elevato ed una disabilità più severa - informa la Prof.ssa Trojano – questi pazienti, grazie al trattamento, presentavano, nel tempo, un minore accumulo di disabilità rispetto a quelli che non venivano trattati. I risultati dello studio, in altre parole, hanno evidenziato che la terapia con interferone IFN beta rallenta significativamente l’inevitabile ed irreversibile peggioramento clinico che caratterizza le fasi tardive di questa patologia”. Francesco Demofonti 27 aprile 2007

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